Cronaca

Carceri, sicurezza e 41 bis: il sistema penitenziario italiano tra emergenze e riforme

L'arrivo dei primi detenuti al regime del 41 bis al San Michele preoccupa per le attività educative interrotte e per i detenuti trasferiti in altri istituti

Carceri, sicurezza e 41 bis: il sistema penitenziario italiano tra emergenze e riforme

La situazione delle carceri italiane e il mancato reinserimento dei detenuti, il rapporto tra sicurezza, criminalità e sistema penale e la riconversione del carcere di San Michele ad Alessandria con l’arrivo dei detenuti sottoposti al regime del 41 bis sono i temi affrontati a Filo Diretto dagli avvocati Giulia Boccassi e Paola Debernardi, del Foro di Alessandria.

Tra sovraffollamento e recidiva

Il carcere non dovrebbe essere soltanto il luogo in cui scontare una condanna, ma uno spazio nel quale costruire le condizioni per tornare a vivere nella società. È il principio della funzione rieducativa della pena previsto dalla Costituzione, che secondo Giulia Boccassi e Paola Debernardi oggi fatica a trovare applicazione concreta.

Le condizioni degli istituti penitenziari italiani sono al centro delle loro preoccupazioni: sovraffollamento, carenza strutturale di personale e difficoltà nel garantire attività educative e formative rendono sempre più complicato accompagnare i detenuti in un percorso di recupero. Il rischio, hanno spiegato, è che il carcere finisca per diventare un luogo che alimenta la recidiva anziché prevenirla.

Durante la trasmissione è stato richiamato il dato secondo cui circa il 75% dei detenuti torna a commettere reati dopo la scarcerazione. Una percentuale che, invece, scenderebbe al 5% negli istituti dove vengono proposti percorsi di lavoro, formazione e attività di volontariato.

Proprio l’esperienza di San Michele ad Alessandria è stata citata come esempio di quanto queste iniziative possano essere importanti. In passato erano presenti un forno, una serra, una scuola e una bottega di pittura. Attività che oggi non possono più essere portate avanti per mancanza di spazi.

Particolarmente grave anche il problema dei suicidi. Le ospiti hanno ricordato che dall’inizio dell’anno il dato citato durante la puntata è di 55 persone che si sono tolte la vita in carcere. A preoccupare è soprattutto la presenza di molti giovani detenuti, spesso con pene brevi. Anche gli agenti penitenziari vivono situazioni di forte disagio.

Un’altra criticità riguarda le persone con problemi psichiatrici, che spesso non ricevono un’assistenza adeguata. Le REMS, previste per gestire situazioni di questo tipo, restano in larga parte un progetto non concretizzato.

Le avvocate hanno infine evidenziato la distanza tra le misure annunciate e le risorse effettivamente disponibili. Un sistema che, senza investimenti e percorsi concreti, rischia di non raggiungere né l’obiettivo della rieducazione né quello della sicurezza.

Sicurezza, aumentare le pene non basta

Più reati, pene più severe e un ricorso sempre maggiore al carcere non significano necessariamente più sicurezza.

Nel corso della trasmissione è stato preso in esame l’ultimo rapporto sulla criminalità del Sole 24 Ore, basato sui dati del Ministero dell’Interno. Secondo quanto illustrato dalle ospiti, il quadro mostra una diminuzione significativa di alcuni reati rispetto al passato. Gli omicidi, in particolare, sarebbero passati dagli oltre 3.000 registrati negli anni Novanta a circa 292. Anche le rapine risultano fortemente diminuite. A crescere sono invece le truffe online.

Nonostante questi dati, secondo le avvocate, il dibattito pubblico continua a essere caratterizzato da una forte attenzione alla sicurezza, spesso accompagnata dall’introduzione di nuove fattispecie di reato e dall’aumento delle pene.

Una tendenza che contribuisce ad aggravare il sovraffollamento degli istituti penitenziari senza affrontare necessariamente le cause della criminalità. Le ospiti hanno criticato in particolare l’idea che la detenzione rappresenti l’unico strumento per contrastare i comportamenti illeciti.

Il problema, hanno spiegato, è anche quello dell’efficacia della pena. Un carcere che non offre opportunità di recupero e reinserimento rischia di produrre nuova recidiva, con conseguenze negative non soltanto per i detenuti, ma anche per la collettività.

Per questo è stata richiamata l’importanza delle misure alternative alla detenzione. Quando una persona può contare su un’abitazione, un lavoro e un percorso di reinserimento, le possibilità di tornare a commettere reati diminuiscono.

La sicurezza, dunque, non dovrebbe essere affidata esclusivamente all’inasprimento delle sanzioni. Secondo le avvocate serve anche un cambiamento culturale, capace di intervenire sui comportamenti e di costruire percorsi che permettano alle persone di rientrare nella società.

San Michele, il 41 bis cambia il carcere

La riconversione del carcere di San Michele ad Alessandria e l’arrivo dei primi cento detenuti destinati al regime del 41 bis, sui duecento previsti, sono stati tra gli argomenti affrontati nella puntata. Boccassi e Debernardi, hanno espresso soprattutto preoccupazione per le conseguenze della riorganizzazione sulle attività di recupero e sul rapporto tra carcere e città.

Le due professioniste hanno innanzitutto ricordato che le decisioni sulla destinazione degli istituti penitenziari competono al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (DAP). Non si tratta quindi di scelte che spettano direttamente al sindaco o agli amministratori locali.

Paola De Bernardi ha però evidenziato il rammarico per la perdita di un patrimonio di attività e volontariato che negli anni aveva caratterizzato San Michele. All’interno dell’istituto erano stati realizzati un forno, una serra, una scuola e una bottega di pittura, iniziative che offrivano ai detenuti occasioni di formazione e partecipazione.

La nuova organizzazione, anche per una questione di spazi, ha reso impossibile proseguire diverse di queste esperienze.

Giulia Boccassi ha invece posto l’accento sulle conseguenze dei trasferimenti dei detenuti che si trovavano precedentemente ad Alessandria. Lo spostamento improvviso in altri istituti ha comportato la separazione da relazioni e abitudini consolidate, oltre a creare maggiori difficoltà per i familiari che devono raggiungere le nuove strutture.

La questione riguarda anche il rapporto costruito negli anni tra il carcere e la cittadinanza. Tra gli esempi ricordati durante la puntata c’è Fuga di Sapori, iniziativa che aveva permesso ai detenuti di partecipare ad attività di servizio ai tavoli e alla realizzazione di prodotti.

Un’esperienza che aveva contribuito ad avvicinare la popolazione alla realtà penitenziaria, mostrando il volto di persone impegnate in attività lavorative e di relazione con il pubblico.

Le avvocate hanno quindi sottolineato come la riconversione non rappresenti soltanto un cambiamento organizzativo, ma comporti anche la perdita di occasioni di incontro, formazione e reinserimento che nel tempo avevano creato un legame tra il carcere di San Michele e Alessandria.